Camera: sintesi audizioni Unionturismo, Cncc, Ancc-Coop, UN.I.Coop e Conflavoro Pmi su Ddl disciplina orari esercizi commerciali

Executive summary

CAMERA – Si sono svolte in data 1 ottobre, presso la Commissione Attività produttive, le audizioni di Unionturismo, Cncc (Consiglio nazionale dei centri commerciali), Ancc-Coop (Associazione nazionale delle cooperative di consumatori), UN.I.Coop (Unione italiana cooperative) e Conflavoro Pmi nell’ambito dell’esame dei Ddl recanti Modifiche all'articolo 3 del decreto-legge 4 luglio 2006, n.223, convertito, con modificazioni, dalla legge 4 agosto 2006, n.248, in materia di disciplina degli orari di apertura degli esercizi commerciali (C.1, C.457, C.470, C.526, C.587). La Presidente ha ricordato che è stata assegnata alla Commissione anche la proposta C.860 Epifani, che verrà quindi esaminata insieme alle precedenti proposte.

Analisi
Di seguito i principali temi sollevati nel corso delle audizioni.

Unionturismo (Segretario Generale Vincenzo Ceniti e Consigliere Barbara Cacciolari)

  • In generale, la domanda turistica ha bisogno di un’offerta sempre disponibile: sia quella dei musei, che dei parchi archeologici o naturali, etc., ma anche quella dei pubblici esercizi. I turisti stranieri sono i clienti privilegiati, perciò bisogna predisporre l’offerta nei confronti delle loro esigenze. Se queste riguardano aperture costanti, bisogna assecondarli. Le soddisfazioni che il turismo dà all’economia locale sono sotto gli occhi di tutti, perciò ci vuole una certa attenzione dal punto di vista dello Stato. Unionturismo vorrebbe che lo Stato ponesse più attenzione: Unionturismo si rende conto di quali sono le esigenze dei lavoratori e delle lavoratrici, delle famiglie, etc., però dall’altra parte c’è una domanda che preme e che necessita di un’offerta totale, completa, come avviene in gran parte dei Paesi europei.
  • La Dott.ssa Cacciolari ha quindi fornito dei dati relativamente all’importanza che il turismo riveste nella produzione economica. Quando si parla di aperture domenicali se ne fa una questione di principio, senza vedere quante e quali sono le implicazioni a livello di occupazione, fatturato, sorte delle aziende. Secondo i dati provenienti dal WTTC – World Trade Tourism Council per il 2018, il contributo totale che il turismo ha dato all’economia italiana per il 2017 è stato del 13% del PIL. Si stima che questo possa crescere ad un valore dell’1,8% rispetto all’anno precedente. Questo fa capire quanto possa incidere l’apertura domenicale in un sistema turistico aggregato che si sposa con il commercio. L’impatto economico del turismo si riflette su 3.400.000 posti diretti e indiretti nel 2017. Se le ipotesi di crescita fossero suffragate da scelte giuste, nel 2018 si potrebbe arrivare a 4 milioni di lavoratori.
  • A seguito delle liberalizzazioni, il sistema sociale si è adeguato. Tornare indietro è perciò un rischio. Ricordiamo anche che il commercio oggi è aperto all’online, da non sottovalutare. Dal 2011 ad oggi il valore della quota di mercato dell’e-commerce è passata da 19 miliardi di euro a 35 miliardi. È quindi il maggior competitor: è aperto 24/24h, senza una legislazione idonea, logora i fatturati e fa perdere posti di lavoro. Se è vero che il valore della famiglia è indissolubile, bisogna comunque contestualizzare le scelte, considerando l’impatto economico e sociale.
  • Si fa riferimento ai piccoli commercianti che non riescono a sopravvivere: questa è una situazione drammatica. Ma il commercio tradizionale, soprattutto nei piccoli borghi, inesorabilmente muore, e non per le aperture domenicali. Ci sono altri fattori che influiscono su questo, perciò dovremmo dare delle risposte diverse per poter valorizzare i centri storici.

Q&A

  • De Toma (M5s): Si è detto contrario a quanto affermato da Unionturismo e ha sottolineato come questa abbia riportato dati di Federdistribuzione e di Confimprese e non di altri soggetti auditi. Ha quindi riconosciuto che categorie quali gli outlet lavorano per la maggior parte nel weekend, ma su questo ha affermato che il turismo andrebbe diffuso in altre realtà: per quanto riguarda gli outlet, non ci andrebbe nessuno se non ci andassero i turisti.
  • Noja (Pd): Ha chiesto quali sarebbero le misure per mantenere vivi i centri storici e avere turisti che vi si recano.
  • Presidente Saltamartini (Lega): Ha chiesto come si spiega il fatto che l’Italia sia seconda alla Germania per turismo, quando in quella realtà ci sono limitazioni agli orari.

Nel rispondere, la Dott.ssa Cacciolari ha segnalato che, per quanto riguarda i piccoli borghi, dovrebbero essere incoraggiate tutte quelle forme di specializzazione. Sul tema dei comuni turistici, sarà difficile trovare dei parametri inoppugnabili che sostengano la “turisticità” di un posto. Un tempo si contavano i musei, etc. Oggi una situazione del genere ci porterebbe a delle disfunzioni e delle disparità enormi.

Consiglio nazionale dei Centri Commerciali (Cncc) (Presidente Moretti, Consigliere Folgori e Dott.ssa Barile)

  • La commissione ricerche ha valutato in 2 milioni di visitatori le presenze nei centri commerciali: si tratta dunque di una grande rete. Solo considerando i commercianti all’interno, si generano 5 miliardi d’affari al netto dell’IVA. I centri commerciali partecipano al PIL per il 3,5% e danno lavoro diretto a 553 mila persone.
  • Per quel che riguarda l’occupazione domenicale, più di 4 milioni di italiani che lavorano la domenica, di cui 2 milioni in attività cd. “non essenziali”. La media europea è del 20% di lavoratori che lavorano la domenica, mentre l’Italia è già di uno o due punti percentuali al di sotto della media europea. Un punto essenziale è il tema dei posti di lavoro che Cncc pensa vadano persi: la Commissione studi e ricerche ha valutato 40.000 addetti che perderebbero il posto di lavoro. I centri commerciali danno lavoro soprattutto a donne e giovani. È necessario riflettere su questi dati e, prima di prendere decisioni importanti per questo Paese, fare una valutazione seria.
  • Sui consumi, il decreto Salva-Italia ha permesso un atterraggio “morbido” nel momento più drammatico della crisi: quello che Cncc sottolinea è che siamo in una fase debole dei consumi e non abbiamo ancora ripreso i livelli di consumi ante-crisi. Siamo ad un livello paragonabile a quello del 2015. Per ogni centro commerciale, la domenica rappresenta circa il 15% del fatturato settimanale. Il venir meno di questo elemento farebbe, secondo Cncc, perdere consumi (o li dirotterebbe sull’e-commerce). Anche qualora i consumi venissero spalmati sulla settimana, un adeguamento del comportamento dei consumatori rispetto alle abitudini necessiterebbe di tempo (e questo avrebbe dunque un impatto, almeno nel breve periodo, sui consumi e sul PIL). La chiusura domenicale, per i piccoli negozi, potrebbe essere in alcuni casi anche questione di vita o di morte per circa 9.000 negozi.
  • I centri commerciali oggi sono diventati anche luoghi d’aggregazione, un luogo a libero accesso, dove la domenica il cliente tipico è proprio la famiglia, che va a consumare il pranzo domenicale ad un prezzo popolare. Oltretutto, oggi la possibilità di fare la spesa la domenica è importante per chi non ha questa opportunità il resto della settimana. Nell’ambito di un’iniziativa sulle chiusure domenicali, che colpirebbe 6 milioni di cittadini (andando a favorire l’online, essenzialmente), la preoccupazione è anche sull’impatto logistico, il gettito fiscale, etc.
  • In conclusione, il Presidente ha sottolineato come il tema delle località turistiche creerebbe una disparità sul territorio. Anche la rotazione non è auspicabile, in quanto le diverse domeniche del mese hanno un diverso peso.

Q&A

  • Silvestri (M5s) – Ha chiesto se sia possibile reperire una mappatura sul territorio dei 1.214 centri commerciali, per rendersi conto di come sono distribuiti. Sulla dinamica dei consumi, ha chiesto precisazioni sui dati forniti in quanto quelli dell’Istat si fermavano al 2014.
  • Noja (Pd) – Ha chiesto, sulla chiusura domenicale a rotazione, ha chiesto questo cosa toglierebbe dal punto di vista operativo.
  • Alemanno (M5s) – Ha chiesto, relativamente al dato dei 40.000 posti che si andrebbero a perdere, da quale valutazione proviene.
  • Benamati (Pd) – Ha chiesto se i 40-50.000 addetti persi sono per eccesso o in senso conservativo.

Il Presidente ha affermato che, sul tema della rotazione, è difficile anche solo pensarla. Sui 40.000 occupati, si tratta di un’analisi puntuale che ha effettuato la Commissione studi, che non si sovrappone con Federdistribuzione e Confimprese, i dati vanno sommati. Sul fatturato, quello riferito nel corso dell’audizione è il fatturato sia food che non food. Sull’occupazione, infine, il Presidente ha rilevato che la domanda è giusta: l’ipotesi era per tornare al pre-Monti; tra le diverse ipotesi in discussione si è presa quella peggiorativa. Chiudendo, il Presidente ha infine chiarito di non avere una posizione aprioristica, ma ha chiesto che sia fatta una valutazione attenta prima di prendere qualsiasi decisione.

Associazione nazionale delle cooperative di consumatori (Ancc-Coop) (Presidente Dott. Bassi)

  • Il Dott. Bassi ha introdotto il proprio intervento ribadendo il favore dell’associazione ad una riforma della normativa attualmente in vigore, nonostante essa sia il principale operatore di distribuzione all’interno del Paese. I motivi per cui l’Associazione sarebbe favorevole ad una revisione in tal senso sono sostanzialmente tre.
  • Innanzitutto, l’Associazione ha una forte tradizione di concertazione con le parti sociali. Dopo il Decreto Salva Italia, l’associazione ha cercato di riconoscere ai propri dipendenti agevolazioni per il lavoro domenicale e di non imporre verticalmente alcuna direttiva dall’alto a riguardo. In questo senso, sono risultati fondamentali gli accordi e le intese stipulate con le associazioni di categoria, in maniera da attutire le profonde novità legislative e gli effetti delle stesse sui lavoratori.
  • Dall’altro lato, bisogna fare attenzione all’equilibrio normativo. Dall’altro lato, Bassi ha chiarito che si è consolidata oggi l’attitudine del consumatore negli acquisti domenicali. Per questo il parere dell’associazione su una riforma della normativa si fonda sulla ricerca di un equilibrio tra operatori: consumatori, dipendenti e strutture imprenditoriali. Inoltre, questa riforma deve salvaguardare alcune festività intangibili che fanno parte dell’identità del Paese.
  • Infine, l’ultimo tema di rilevanza è quello dell’uniformità legislativa territoriale. L’ultimo aspetto su cui riflettere riguarda la necessità e l’attenzione alla legislazione di rango nazionale, che dovrà dare la possibilità che nessun operatore nel Paese possa ricevere degli svantaggi concorrenziali, derivanti invece da una legislazione differenziata dal punto di vista regionale.

Q&A

  • On. De Toma (M5s): ha ringraziato per l’apertura dimostrata dal Presidente Bassi nel ricercare un confronto pacato e condivisibile da tutti gli stakeholders, approccio auspicabile ogni volta che si toccano temi così delicati.
  • On. Benamati(PD): ha evidenziato l’esigenza della uniformità legislativa su tutto il territorio nazionale, cosa che non era emersa nelle ultime audizioni. L’Onorevole ha poi chiesto quali debbano essere le linee guida per far sì che, anche a livello contrattuale, possano essere rimosse le criticità a cui si rischia di andare incontro.
  • Presidente Saltamartini (Lega): ha affermato che il tema occupazionale è stato sollevato in maniera molto forte, ma finora non si è ancora capito ancora quali siano i numeri esatti di “addetti ai lavori” sui quali la normativa andrebbe ad incidere. Rispetto alle sei proposte di legge in discussione, dai dati forniti è poco chiaro quanti lavoratori potrebbero subire una cessazione del loro contratto con le strutture imprenditoriali.

Il Presidente ha chiarito che l’associazione non ha dati che proverebbero una ampia e diffusa cessazione dei rapporti di lavoro, vista l’enorme mole di contratti a tempo indeterminato stipulati nel settore e viste le difficoltà di realizzare adeguate analisi in merito. Quello che l’associazione sottolinea, tuttavia, è che una cattiva legislazione può avere degli effetti sbilanciati sulla tenuta occupazionale, non tanto nel breve quanto piuttosto nel medio periodo. L’Associazione ha, dal punto di vista contrattuale, una lunga tradizione di accordi con le parti sociali, sui quali si è basata la stipulazione dei contratti e la volontarietà delle parti e la libera scelta nell’adesione. Per quanto attiene, infine, al tema dell’uniformità legislativa territoriale, l’esperienza del Decreto Bersani è stata molto concertativa, ma a seguito dell’attribuzione di competenze alle singole regioni si è assistito a comportamenti distorsivi del principio di libera concorrenza. Lo stesso principio rischierebbe di essere messo a repentaglio da una normativa in materia che non tenga conto delle specificità dei singoli settori distributivi e delle dimensioni dei versi attori economici in campo.

Unione italiana cooperative – Un.I.coop (Direttore generale, Lorenzo Stura)

  • Condividono le posizioni del Ddl Crippa ma con alcune note. Non ci sono risultati apprezzabili per gli esercizi commerciali nell’apertura domenicale perché si spalma lo stesso fatturato su 7 giorni, invece di 6. Tra i Paesi europei, inoltre, l’Italia è l’unica a non avere alcun tipo di restrizione, cannibalizzando il mercato. Si pone un problema di concorrenza tra i grandi distributori e i piccoli, che non riescono a reggere il ritmo. È necessario sollevare il punto delle mancate maggiorazioni retributive per il lavoro domenicale. Per evitare di permettere alla GDO di applicare le elasticità contrattuali che danneggiano il lavoratore, si potrebbero introdurre dai 12 ai 24 giorni di chiusura, bypassando i limiti degli accordi contrattuali nazionali che non sono oggetto di interventi legislativi.

Conflavoro PMI (Presidente, Roberto Capobianco)

  • È necessario introdurre una legislazione che sappia valorizzare l’impegno dei lavoratori e gli sforzi degli imprenditori, specialmente di quelli piccoli (e.g., defiscalizzazione degli integrativi festivi, proporzionale al numero di dipendenti). Tuttavia, non bisogna ritornare a limiti che impediscano la libera imprenditorialità. Serve attenzione per le eventuali deroghe, che non possono e non devono creare squilibri tra i territori. Allo stesso modo, una turnazione del 25% potrebbe creare delle asimmetrie a livello di prezzi. Dal 2011 hanno chiuso moltissime aziende, ma nessuna per il problema di dover tenere aperto la domenica; il problema degli imprenditori sono: la burocrazia, la tassazione e il costo del lavoro.

Fonte
Link al video: https://webtv.camera.it/evento/12994

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