NOTA CONFIMPRESE DDL DISCIPLINA DEGLI ORARI DI APERTURA DEGLI ESERCIZI COMMERCIALI

Audizione Camera dei Deputati X Commissione
Roma, 26 settembre 2018
(Video)

 

CONFIMPRESE

E’ l’Associazione che raggruppa le imprese che operano nel commercio, con reti franchising e dirette. Nata nel 1999, Confimprese offre ai propri associati servizi a supporto dello sviluppo reti sia in Italia che all’estero, ne rappresenta le istanze alle Istituzioni, favorisce il networking e un aggiornamento costante sull’evoluzione del retail. In Italia l’Associazione rappresenta oltre 300 marchi commerciali, 35.000 punti vendita, 650.000 addetti e circa il 10% del giro d’affari del settore.

Ci preme evidenziare come gli operatori del moderno commercio a catena che Confimprese rappresenta abbiano contribuito non solo a garantire maggiore convenienza e risparmio per il consumatore ma, attraverso la formula del Franchising, abbiano favorito lo sviluppo della piccola imprenditoria locale sull’intero territorio nazionale, affiliando complessivamente ad oggi oltre 10.000 franchisee che operano anche all’interno dei centri storici, e creando nuova occupazione (negli ultimi 4 anni 3.950 aperture per un totale di 28.700 nuovi addetti).

IL QUADRO NORMATIVO

Le norme in materia di liberalizzazione degli orari e delle aperture degli esercizi commerciali sono state introdotte dall'ultimo Governo Berlusconi e poi confermate dal Governo Monti con la «manovra Salva Italia»(Dln.201/2011).

Le proposte di legge in esame alla Commissione Attività Produttive della Camera dei Deputati esprimono la volontà di abolire la liberalizzazione degli orari degli esercizi commerciali attuata dall’art.31 comma 1 del decreto-legge 201\2011 (il cosiddetto «Decreto Salva Italia»), ripristinando di fatto la situazione ex-ante e riconsegnando in parte alle Pubbliche Amministrazioni locali la competenza sulla materia. L’attuale normativa italiana risulta in linea con il panorama europeo; infatti in 16 Paesi dell’UE non è presente alcuna limitazione per le aperture domenicali e negli altri si rileva un trend di progressiva liberalizzazione, che ha visto aumentare negli ultimi anni eccezioni e deroghe.

LA POSIZIONE DI CONFIMPRESE

Le previsioni dei ddl C.1, C. 457, C. 470, C. 526, C. 587 – Modifiche all'articolo 3 del decreto-legge 4 luglio 2006, n. 223, convertito, con modificazioni, dalla legge 4 agosto 2006, n. 248, in materia di disciplina degli orari di apertura degli esercizi commerciali non sono condivisibili da parte di Confimprese, che è fermamente convinta che non sia possibile un ritorno al passato nè che il ritorno alla regolamentazione del settore serva a risollevare le sorti del commercio tradizionale, chiamato a competere con l’esponenziale sviluppo dell’e-commerce.

 

Da un attento esame dei suddetti ddl emergono infatti le seguenti criticità:

  1. impatto sul fatturato delle imprese: si stima un decremento del fatturato per il settore pari al 12%, non sostenibile né per le catene – che dovrebbero chiudere i punti vendita in perdita – né tantomeno per i piccoli imprenditori che le proposte di legge intendono tutelare.
    Solo in minima parte infatti il mancato fatturato delle domeniche si sposterebbe su altri giorni della settimana; sicuramente sarebbero persi gli acquisti di impulso - che per alcuni settori non food rappresentano fino all’80% delle vendite - e si incentiverebbe ulteriormente l’e-commerce. Anche gli esercizi di somministrazione di alimenti e bevande, pur essendo esclusi dall’obbligo di chiusura, non potrebbero non risentire del minor flusso di clienti sia nei centri commerciali che nei centri città.E’ importante sottolineare che i dati non sembrano confermare l’impatto negativo della liberalizzazione degli orari sugli operatori del commercio al dettaglio. Dai dati Infocamere-Unioncamere sul commercio al dettaglio (vedi Appendice) emerge infatti che il tasso di mortalità sul totale delle imprese registrate si attestava già nel 2000 al 6,3% ed ha raggiunto l’8% tra il 2007 e il 2008 per poi ristabilizzarsi attorno al 7% a partire dal 2010; non si registrano quindi impatti significativi di aumento negli anni successivi alla liberalizzazione degli orari dal 2012 ad oggi.Ci sembra molto più realistico ricondurre la mortalità degli esercizi commerciali alla crisi della domanda che, secondo dati Codacons, ha visto i consumi diminuire dal 2007 al 2017 del 10%.
  2. impatto sull’occupazione: la liberalizzazione degli orari di apertura degli esercizi commerciali ha permesso di contrastare gli effetti della crisi dei consumi, di mantenere i livelli occupazionali e di creare nuova occupazione con contratti di lavoro part time di tipo verticale, ad esempio per l’week-end. Si stima che la chiusura domenicale degli esercizi commerciali porterebbe alla perdita di 150 mila posti di lavoro pari al 5% dell’attuale occupazione nel retail, con particolare riferimento all’occupazione giovanile e femminile che il settore riesce, in controtendenza rispetto ai dati del sistema Paese, a creare.E’ opportuno rilevare che il lavoro domenicale è già una realtà ad oggi per 4,7 milioni di lavoratori in Italia nei diversi settori - pur posizionandosi il nostro Pese tra gli ultimi in Europa per lavoro festivo - e non contrasta con il diritto dei lavoratori al riposo settimanale che deve essere tutelato garantendo il rispetto delle condizioni contrattuali che prevedono turni, giorni di riposo e incrementi retributivi per il lavoro in giorni festivi.Si noti infine che l’impatto del lavoro festivo – per cui è prevista una maggiorazione circa del 30% - è significativo sulla retribuzione mensile netta dell’addetto vendita: «una boccata di ossigeno» che consente di arrivare più serenamente alla fine del mese.
  3. desertificazione dei centri città nei giorni festivi e conseguente impatto sulla sicurezza cittadina. A tale proposito ci preme ricordare l’impegno di Confimprese a promuovere la partecipazione dei franchisor associati al progetto “Fare Impresa in Franchising” lanciato dalla Regione Lombardia nel 2015, volto a sostenete e sviluppare l’imprenditorialità, l’occupazione e la rigenerazione dell’offerta commerciale nei centri urbani attraverso lo sviluppo di attività in franchising. con l’obiettivo di favorire lo sviluppo di nuove attività commerciali in franchising nei centri urbani lombardi.
  4. impatto negativo sull’ attrattività dell'Italia per i fondi di investimento internazionali, interessati ad investire sia nel settore immobiliare che nello sviluppo di catene retail “made in Italy”.
  5. mancato servizio agli oltre 60 milioni di turisti che visitano ogni anno il nostro Paese (tutto il Pese e non solo i centri a vocazione turistica) e ai 12 milioni di italiani che fanno acquisti la domenica nei centri commerciali e nei centri città.
  6. I sondaggi condotti su questo tema presso i consumatori dimostrano il gradimento da parte di una larga maggioranza degli italiani della situazione attuale. Dal sondaggio realizzato per Confimprese da YOU TREND (in allegato) emerge che il 66% degli intervistati ritiene che negozi e centri commerciali dovrebbero avere la possibilità di restare aperti la domenica e il 65,7% la considera un’opportunità per fare acquisti insieme alla famiglia. Tra chi si dichiara favorevole alle aperture domenicali il 50% indica come motivo la possibilità di fare acquisti quando è si è più comodi e si ha tempo libero, il 36,1% per tutelare la libertà d’impresa e il 13,9% per evitare che gli acquisti si spostino sul canale on-line. Il 61,2% degli intervistati è altrettanto consapevole che la chiusura domenicale porterebbe ad una perdita di posti di lavoro e il 78,2% è convinto che per proteggere i lavoratori sarebbe preferibile rendere più severi i controlli piuttosto che imporre un obbligo di chiusura domenicale. Emerge altrettanto chiaramente come i negozi aperti la domenica vengano incontro alle esigenze di vita quotidiana delle persone. Il 77,1% dichiara infatti che nel proprio nucleo familiare c’è almeno una persona che va a fare acquisti di domenica ( di cui il 21,1% con frequenza settimanale); il 51,6% di questi dichiara che l’abitudine di fare acquisti la domenica è consolidata da più di un anno e il 37,4% afferma di recarsi a fare acquisti la domenica spesso con la famiglia, percentuale che sale al 72,2% tra gli intervistati che fanno shopping abitualmente la domenica. Ancora più allarmanti sono le risposte sull’impatto che la chiusura domenicale avrebbe sulle abitudini di acquisti: tra gli intervistati che fanno abitualmente acquisti nei giorni festivi il 37,8% dichiara che ridurrebbe gli acquisti e il 25,2% che farebbe più acquisti on-line; tra chi fa acquisti nei festivi 1-2 volte al mese, il 24,7% dichiara che farebbe meno acquisti e il 19,1% che sposterebbe una parte degli acquisti on-line.
  7. in riferimento poi alla previsione di apertura a rotazione del 25% degli esercizi commerciali per ogni settore merceologico in ciascuna domenica o giorno festivo sulla base di un piano regionale prevista dal ddl C. 526, si segnala l'asimmetria competitiva che si verrebbe a creare tra operatori dello stesso settore in quanto all’interno del mese le quattro domeniche hanno un peso specifico diverso in termini di capacità di spesa dei clienti e quindi di fatturato potenziale.
  1. in riferimento ai disegni di legge C.526 e C.470 e alla previsione in essi contenuta di non applicazione a tutti quei settori menzionati dall’art.13 comma 1 del D.Lgs. 114\98 si rileva che sono da ritenersi discriminatori nei confronti di:
  • alcune categorie di operatori non food rispetto ad altre. Il divieto di apertura domenicale si applicherebbe infatti a settori quali abbigliamento, accessori, calzature, ottica, gioiellerie, articoli casa, telefonia, profumerie e servizi alla persona; non si applicherebbe invece a merceologie non food quali arredo, libri, prodotti di elettronica di consumo e bricolage, oltre che al settore food. Tale previsione non tiene poi conto del crescente sviluppo di format ibridi (food/non food o che integrano merceologie non food diverse), per cui sempre più difficile identificare l’attività prevalente.
  • alcune categorie di lavoratori. Non si capisce la ratio per cui il diritto a conciliare tempi di lavoro e di riposo debba valere solo per gli addetti di alcuni settori merceologici non food e non per altri.
  • alcune tipologie di consumi. Non è chiaro il motivo per cui si supponga che durante le giornate festive il consumatore desideri acquistare ad esempio mobili e non capi di abbigliamento o calzature.

A ciò si aggiunga che la modifica della normativa in vigore non è da ritenersi a costo zero per lo Stato, se si considera:

  • l’impatto sul gettito fiscale per l'erario, dovuto al decremento di fatturato del settore retail, che non verrà compensato né dall’incremento del fatturato negli altri giorni della settimana né tantomeno dall’incremento di vendite on line da parte di pure player dell’e-commerce, che hanno le loro sedi fiscali al di fuori dei confini nazionali.
  • le misure da implementare a sostegno della disoccupazione che si verrà a creare nel settore del commercio a causa di: chiusure di negozi, riduzione degli orari di apertura e spostamento di una parte di acquisti sull’on-line, canale che notoriamente non crea occupazione sul territorio.
  • minori contributi previdenziali per effetto della diminuzione degli occupati.

Alla luce di quanto suddetto, l’auspicio di Confimprese è pertanto che la normativa in vigore non venga in alcun modo modificata, continuando a lasciare agli imprenditori la FACOLTA’ E NON OBBLIGO di aprire o meno nei giorni festivi e domenicali, valutando i costi/benefici di tale scelta squisitamente imprenditoriale.

APPENDICE

Aperture punti vendita e assunzioni associati Confimprese 2015-2018




L’occupazione nelle catene retail: il profilo

Dal campione di dati inviati (da un campione significativo di aziende operanti nei settori ristorazione commerciale, ristorazione collettiva, casalinghi, calzature e gioiellerie) emergono alcune peculiarità del comparto:

  • Età media dei dipendenti 30-40 anni;
  • Elevato tasso di occupazione femminile, che supera anche il 50%;
  • Forte incidenza del part time (in alcuni casi superiore al 50%), direttamente correlata con l’elevato tasso di occupazione femminile e giovanile;
  • Più che significativa sul totale la componente di contratti a tempo indeterminato, a riprova della volontà degli operatori di avere una forza lavoro stabile.

Tasso mortalità delle imprese del commercio al dettaglio: 2000-2018

(Fonte: Infocamere-Unioncamere)

 

 

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