Camera: audizioni ISTAT, CNEL, Confesercenti, Federdistribuzione, Confindustria, Unioncamere, CNA e Confartigianato su Ddl disciplina orari esercizi commerciali

Si sono svolte in data 25 e 26 settembre, presso la Commissione Attività produttive, le audizioni di ISTAT, CNEL, Confesercenti, Federdistribuzione, Confindustria, Unioncamere, CNA e Confartigianato nell’ambito dell’esame dei Ddl recanti Modifiche all'articolo 3 del decreto-legge 4 luglio 2006, n. 223, convertito, con modificazioni, dalla legge 4 agosto 2006, n. 248, in materia di disciplina degli orari di apertura degli esercizi commerciali (C.1, C.457, C.470, C.526, C.587).

Di seguito i principali temi affrontati nel corso delle audizioni.

ISTAT

  • Lavoratori domenicali – A lavorare la domenica sono soprattutto le donne, che rappresentano il 61,1% dei lavoratori domenicali, rispetto a una quota media sul totale degli occupati pari al 47,8%. I lavoratori domenicali sono relativamente più giovani: il 42,9% ha meno di 35 anni rispetto a una presenza del 35,9% nella media del settore. Il lavoro domenicale coinvolge soprattutto i lavoratori con titolo di studio secondario superiore (il 58,5%).
  • Contratti di lavoro – Pur rimanendo prevalente il ricorso a contratti a tempo indeterminato (78,4%) e a tempo pieno (64,4%), i lavoratori domenicali mostrano una incidenza relativamente più elevata, rispetto alla media del settore, di contratti di lavoro a tempo determinato (21,6%, rispetto al 16,2% nella media del commercio) e di quelli part-time (35,6% rispetto al 27,9%). Inoltre, i dati sulle ore lavorate mostrano in particolare per i lavoratori domenicali una concentrazione relativamente maggiore fra chi risulta aver lavorato abitualmente fra le 20 e le 29 ore settimanali (24,7%, rispetto a una media del settore del 18,8%.
  • Acquisti domenicali – Sulla base delle informazioni rilevate nell'indagine Uso del tempo nel 2014, si stima che circa un quarto delle persone di 15 anni e più (24,2%) abbiano effettuato acquisti di beni e servizi nella giornata della domenica, quota più bassa rispetto agli altri giorni della settimana. Il sabato è il giorno con la più alta incidenza di acquirenti (51,9%), percentuale che scende al 43% nei giorni feriali. Tuttavia nel decennio 2003-2014, la domenica risulta l'unico giorno in cui aumentano gli acquirenti. La crescita però è contenuta (poco meno di due punti percentuali) e concentrata quasi esclusivamente nel periodo 2003-2009. La lettura territoriale degli acquisti domenicali mostra che i residenti del Centro Italia, con il 25,6%, si collocano sopra la media nazionale, mentre la quota scende al 23,1% per gli abitanti del Mezzogiorno. Osservando, invece, le aree urbane emerge che sono in misura maggiore i residenti nel centro delle aree metropolitane (25,6%) a effettuare acquisti domenicali rispetto a coloro che vivono nei comuni fino a 2.000 abitanti (21,6%).
  • Numero di imprese – Con 606.224 imprese attive, l'Italia si posiziona nel 2016 al primo posto tra i principali paesi Ue per numerosità di esercizi commerciali al dettaglio, seguita dalla Francia (507 mila) e dalla Spagna (487 mila). Nel settore sono impiegati 1,9 milioni di addetti, valore prossimo a quello della Francia (2 milioni) e di poco superiore alla Spagna (1,7 milioni).
  • E-Commerce – Solo il 4% degli italiani compra prodotti alimentari online. Allargando l'indagine al rapporto tra gli italiani e l'e-commerce, il 32% della popolazione italiana tra i 16 e i 74 ha fatto acquisti online nel 2017. Si tratta di un dato in crescita di 17 punti negli ultimi 3 anni ma rimane ancora molto ampio il divario con i principali partner europei. In Germania negli ultimi 12 mesi ha fatto acquisti online il 75% della popolazione, in Francia il 67% e in Spagna il 50%. La diffusione dell’uso di internet rappresenta la precondizione affinché gli individui possano accedere ai servizi online, fra cui l’e-commerce. Si stima che nel 2017 gli utilizzatori regolari di Internet fossero il 69% del totale, 10 punti percentuali in più rispetto a tre anni fa. Nell’insieme dei 28 Paesi Ue, invece, tra il 2014 e il 2017 gli utenti sono saliti dal 75% all’81%. Il confronto con i grandi Paesi europei mostra quindi la persistenza di un gap notevole: nel 2017 gli internauti regolari erano l’87% della popolazione in Germania, l’83% in Francia e l’80% in Spagna. Restringere il campo di osservazione alla sola popolazione che naviga sul web permette di ottenere informazioni sull’uso specifico che gli utenti fanno della rete. Per questa fascia di popolazione l’incidenza sale al 44% ma il divario con i Paesi europei rimane molto ampio: in Germania, infatti, la quota di coloro che effettuano acquisti online tra chi usa internet è all’82%, in Francia al 76%, in Spagna al 59%. Al di là della differente diffusione del fenomeno, i profili di consumo fra l’Italia e il resto d’Europa sono simili. La rete viene utilizzata principalmente per acquistare capi di abbigliamento e attrezzature sportive (43% il valore per l’Ue, 17% per l’Italia), ma anche libri, giornali, riviste (inclusi ebook), software e materiale per la formazione a distanza (36% in Ue, 17% in Italia), articoli per la casa (31% Ue, 16% Italia) e viaggi e trasporti (36% Ue, 16% Italia).

CNEL

  • Regolamentazione minima – Occorre una reintroduzione della regolamentazione minima che non risulti penalizzante né anacronistica, ma garantisca un accettabile equilibrio sociale, anche perché l’errore più grande che si potrebbe commettere nel 2018 sarebbe di affrontare il tema dell’apertura domenicale degli esercizi commerciali come se in questi ultimi sette anni non fosse accaduto nulla. Sette anni di sperimentazione della liberalizzazione voluta dal Governo Monti hanno fatto emergere aspetti positivi ma anche criticità che in estrema sintesi possono individuarsi in due filoni: il forte squilibrio fra grande distribuzione e piccoli esercenti; il rischio di perdita di identità sociale per effetto della commercializzazione del tempo libero.
  • Elementi normativi di base – Lo stesso CNEL suggerisce alcuni elementi su cui poggiare le proposte di intervento normativo: identificare una lista condivisa a livello nazionale delle festività con chiusura obbligatoria, e a livello locale di festività rilevanti per la cultura dei singoli territori; programmare la turnazione almeno su base quadrimestrale; prevedere le necessarie deroghe per città turistiche e d’arte e per i settori che erogano servizi di utilità al consumatore (come la ristorazione), nonché possibili regole differenziate per i piccoli esercizi; dare spazio alle Regioni per azioni di verifica sociale e di sostegno alle specificità territoriali.

Confesercenti

  • Effetti delle liberalizzazioni – Le liberalizzazioni avrebbero dovuto aumentare occupazioni, consumi e PIL: questo non è stato raggiunto. Chiaramente la causa non è solo l’apertura domenicale, c’è stata una contingenza economica, ma sicuramente questa riforma ha creato una serie di problemi. Facendo un confronto con l’Europa, non è vero che gli orari sono liberalizzati ovunque: ad esempio, in Francia la domenica possono aprire solo le piccole imprese, ma anche in Germania la questione è regolamentata in modo diverso rispetto al nostro Paese. Il Segretario Generale di Confesercenti, Mauro Bussoni, ha evidenziato che al 2011 al 2017 il commercio tradizionale ha perso 5.5 miliardi di fatturato ed ha perso una consistente quota di mercato. Nello stesso periodo sono spariti 55.000 punti vendita, di cui 32.000 con superficie inferiore ai 50 mq, mentre i posti di lavoro sono diminuiti. Anche il volto delle città è cambiato: si parla di effetti di desertificazione. Secondo Confesercenti, liberalizzare deve voler dire non solo garantire libertà di impresa, ma anche tenere conto di quelli che devono essere gli equilibri di mercato, cercando di tutelare le imprese più deboli.
  • Regolamentazione delle aperture – Secondo Confesercenti, non vi sono dubbi che il Dl Salva Italia abbia creato un effetto distorsivo, favorendo alcuni settori a discapito di altri. Si pone quindi sempre un problema di garantire concorrenza equilibrata. Confesercenti fin dalla prima approvazione del decreto Salva Italia, sei anni fa, ha affrontato la questione sostenendo che il problema è di aprire sì, ma solo e tutte le volte che c’è esigenza e convenienza dal punto di vista commerciale. La proposta di iniziativa popolare che è nel pacchetto attualmente all’esame della Commissione, infatti, prevedeva allora di trasferire le competenze alle regioni, senza dire “si deve tenere chiuso o aperto”. È giusto garantire la libertà di impresa, ma non in un’ottica di far west. La vera questione non è quindi quella di decidere quante giornate si debba tenere aperto, bisogna decidere quando tenere aperto in base a quanto conveniente.
  • Tutela negozi – Bisogna porre all’attenzione un equilibrio tra le diverse forme distributive, con la consapevolezza che in sei anni sono cambiate molte cose, e che ad essere in crisi non è solo il settore della piccola distribuzione (si veda ad esempio il caso di Auchan). È necessario, oltretutto, togliere i benefici fiscali a chi opera nell’e-commerce. L'obiettivo deve essere migliorare, non tornare indietro. Infatti, il problema più grande che abbiamo oggi di fronte non è tanto quello di quante domeniche e festività occorra chiudere, piuttosto, quello di creare le condizioni affinché le imprese di tutte le dimensioni possano tenere aperto e gestire un mercato plurimo, con disposizioni che tutelino concorrenza, consumatori, lavoratori. Tra le proposte avanzate, quella della previsione di un credito di imposta per i negozi di vicinato. Non bastano certo pochi incentivi, ma un investimento politico di rilievo, che parta dalla possibilità per le famiglie di spendere di più, all’abbassamento dei costi (fiscali e tariffari) per le imprese, soprattutto piccole e medie, alla realizzazione di azioni di recupero di pezzi interi delle nostre aree urbane, all’avvio di un generale processo di modernizzazione delle MPMI, per creare l’impresa 4.0 diffusa, in grado di competere e di collaborare con le altre imprese nell’era della comunicazione. Per Confesercenti,.
  • Per risolvere la questione necessario dialogo – Confesercenti, in conclusione, propone che si analizzino questi sei anni, si verifichi quello che è successo e si capisca quali sono gli elementi correttivi più appropriati. Confesercenti non sposa una proposta di legge in particolare (lo stesso Ddl approvato in prima lettura la scorsa legislatura non funzionava, perché non andava a tutelare i piccoli negozi), ma auspica un dialogo in questa sede in modo da trovare una soluzione ai problemi evidenziati.

Si è quindi sviluppato un breve Q&A:

  • On. Moretto (Pd) – Ha chiesto qual è la posizione di Confesercenti sugli incentivi proposti dal testo a prima firma dell’On. Benamati, oppure quali altre misure ha in mente.
  • On. Silvestri (M5s) – Ha chiesto qual è la percentuale degli associati di Confesercenti all’interno dei centri commerciali.
    • Il Segretario Generale ha risposto che trovare degli incentivi non è facile, così come non sarà facile per tutti tornare indietro in modo indolore rispetto ad una serie di abitudini che si sono consolidate: è infatti innegabile che sei anni di aperture domenicali e festive abbiano modificato le abitudini di spesa. Si sono moltiplicate una serie di attività commerciali, tra cui outlet e centri commerciali, che vivono sulle aperture domenicali. Per quanto riguarda gli incentivi, si può pensare a sgravi dal punto di vista della tassazione, agevolazioni, prevedere la possibilità di avere una compensazione sui canoni di locazione, etc.

Infine, il Dott. Bussoni ha ricordato che anche prima del Salva Italia, le giornate di apertura tra festività e domeniche erano mediamente 24 in tutte le regioni, quindi si arrivava a tenere aperto per metà delle giornate festive. Oggi il problema principale è quello di tutelare un mercato che deve consentire ad attori che hanno caratteristiche diverse di poter rimanere sul mercato. L’obiettivo è tutelare le imprese più deboli, non a discapito dei consumatori, o dei lavoratori.

Federdistribuzione (Presidente Dott. Claudio Gradara)

  • Quadro socio-economico. Il Presidente Gradara, in apertura del suo intervento, ha tracciato i rilievi e lo stato dell’arte del commercio in Italia e il suo sistema di distribuzione. Federdistribuzione è la principale associazione di categoria nel settore della distribuzione, con 65,6 MLD di fatturato delle aziende rappresentate. La quota per il mondo alimentare all’interno dell’Associazione è la più ingente. La maggior parte degli occupati (91%) è inoltre legata a contratto a tempo indeterminato.

Negli ultimi anni le reti di distribuzione hanno migliorato e innovato i propri asset, più che ampliare la rete in sé. I consumi in Italia hanno visto due crolli, a cavallo dell’avvio del nuovo regime di orari anch’esso oggetto di questo intervento, ovvero tra il 2008/2009 e il 2010/2011.

Nel 2018 abbiamo assistito ad un trend di consumo in lievissima crescita, ma le vendite al dettaglio in netta diminuzione. Anche l’occupazione ha smesso di crescere, un po’ per saturazione del mercato del lavoro un po’ per calo degli investimenti. L’ampliamento dell’orario di attività, tuttavia, ha avuto un impatto favorevole nel settore, come dimostrato anche dai risultati delle associate, che hanno attutito in questo modo gli effetti della crisi.

Il settore in Italia soffre di una crisi reddituale forte, rispetto in particolare ai competitor europei. Tante le aziende che sono entrate in crisi, ed i motivi di incisività sul fatturato sono rappresentanti soprattutto dall’aumento del costo del lavoro. L’Italia ha un numero di negozi molto elevato, ma negli ultimi sette anni c’è stato un calo sia dei negozi tradizionali sia della grande distribuzione, in coerenza con il periodo storico. In questo periodo, tuttavia, sono cresciuti i venditori ambulanti, visti come competitor di convenienza rispetto agli operatori tradizionali.

Il settore è costante difficoltà vista anche l’impossibilità di delocalizzare la produzione, come in altri settori, e per il fatto che si basa quasi esclusivamente sulla domanda interna.

  • Le sfide del futuro. La digitalizzazione è la prima fra tutte, soprattutto per quanto riguarda i sistemi di pagamento. L’economia circolare, percepita come spinta innovatrice che mobilitano grandi quantità di beni. Le evoluzioni sociali, per le quali oggi non c’è solo un problema demografico ma anche di reddito: il 30% delle famiglie italiane è monocomponente secondo l’Istat. Stiamo uscendo dai consumi di massa e ci affacciamo ai consumi di altro tipo. L’e-commerce, che stravolgerà il settore negli anni a venire e nei cui confronti assistiamo ad una crescita geometrica che ha riguarda tutti i campi, non solo per i servizi ma anche i beni. Le quote di mercato che tuttavia sono in mano all’e-commerce sono ancora basse e quindi le prospettive di crescita sono enormi. Lo spostamento della distribuzione dal fisico al virtuale necessita, però, di adeguamenti legislativi fondamentali
  • Effetti della modifica degli orari di apertura. L’ampliamento degli orari di apertura ha consentito di aumentare l’1% dei consumi nell’alimentare e il 2% nel resto della distribuzione. Oggi 19 MLN di famiglie fanno la spesa durante la domenica. Circa 4 MLN di persone sono occupate durante la domenica, nell’83% delle associate con contratto a tempo indeterminato. Dobbiamo sfatare il mito della precarietà del lavoro della domenica, perché il lavoro domenicale è regolato dai contratti collettivi come qualsiasi altro tipo di lavoro subordinato. Anche prima del decreto Salva Italia, le norme varate nel tempo avevano già disciplinato le aperture domenicali. La situazione pre “Salva Italia” non vedeva una chiusura totale delle attività, quindi l’intervento normativo dovrebbe tener conto di questa situazione pregressa.
  • Situazione europea e amministrativa. 15 paesi hanno la liberalizzazione totale, Francia e Inghilterra hanno normative più libere, mentre Spagna e Germania più restrittive. Sul decentramento decisionale (regioni e comuni) la Associazione è prudente: il rischio è quello di discriminazione e di lesioni al principio di libera concorrenza nel territorio nazionale.
  • Ipotesi di chiusura totale delle aperture domenicali e festive. I dati certificati da PWC dimostrano una perdita del 4,6% del fatturato, circa 6 MLD, ed il rischio di innestare crisi aziendali molto alto, soprattutto con l’e-commerce che ne avrebbe vantaggio. Una prospettiva di questo tipo avrebbe un effetto di disinvestimento nel Paese. Oltre ai numeri, l’ipotesi di riduzione delle domeniche farebbe venir meno molti servizi sociali che oggi vengono offerti oggigiorno durante le aperture domenicali. Il 75% delle famiglie dichiara di acquistare la domenica, soprattutto i giovani, e la domenica è il secondo giorno di incasso, oltre al fatto che consente alle famiglie di affacciarsi tutti insieme al fenomeno consumistico.

Q&A

  • On. Marco Rizzone (M5S): ha sostenuto che la concentrazione della domanda in questo settore, alimentare in particolare, è difficile che porti ad una diminuzione del consumo, e lo stesso per quanto riguarda la diminuzione del numero degli addetti occupati.
  • On. Andrea Dara (Lega, Relatore): ha chiesto se è possibile conoscere i fatturati dal 2011 ad oggi, e sapere se sono aumentati o meno.
  • On. Barbara Saltamartini (Lega, Presidente Commissione): ha domandato qual è il paragone rispetto al sabato, visto che secondo l’Istat il sabato è la giornata di maggiore incasso.
  • On. Sara Moretto (PD): in una delle proposte è prevista la turnazione del settore merceologico, l’Onorevole ha chiesto come può essere valutata questa prospettiva.
  • On. Rachele Silvestri (M5S): ha domandato qual è la posizione dell’Associazione nei confronti delle festività diverse dalla domenica.
    • Il Dott. Gradara ha risposto che ci sono settori che subirebbero contraccolpi più forti, senza ombra di dubbio. La valutazione dell’associazione, tuttavia, coinvolge anche il settore alimentare, e naturalmente quando si lavora un giorno di più si può assumere di più.

Il sabato è da sempre il giorno di maggiore incasso, per tutti i settori.

La turnazione dei settori merceologici coglie una risposta, ovvero quello di mantenere alcuni servizi sociali, ma in questo caso si affaccerebbero dei problemi di ordine organizzativo: ad esempio per quanto riguarda i criteri di scelta dei periodi, o i criteri di scelta dei singoli marchi da tenere aperti.

Il tema delle festività: sono 12 e si dividono tra super festività e festività minori. Ci sono alcune feste che già oggi sono molto poco sfruttate dalle imprese, come Natale, Santo Stefano, Pasqua, ecc. Nei confronti di questi giorni l’impatto sarebbe davvero molto più modesto.

Confindustria (Dott. Andrea Montanino)

  • Quadro giuridico. Il Dott. Montanino ha aperto il suo intervento ricordando che dal 1998 si è ampliata la spinta verso le liberalizzazioni nel nostro Paese, il decreto Bersani ha confermato l’impianto normativo e poi le liberalizzazioni del 2011 hanno dato un’apertura completa e totale alle liberalizzazioni per favorire la concorrenza. L’Antitrust da sempre, infatti, dichiara che le restrizioni di orario degli esercizi commerciali impediscono di differenziare il servizio per adattarlo alla domanda, limitando la concorrenza e la conseguente libertà di scelta dei consumatori. La Corte Costituzionale, invece, nel 2016 ha sancito che la normativa sull’apertura degli esercizi commerciali può essere sì rivista, ma alla luce dei principi di ragionevolezza e proporzionalità.
  • Temi posti dall’intervento normativo.
  • Tutela dei lavoratori. La normativa vigente non consente deroga rispetto alle norme dei contratti collettivi. Il tema della tutela dei lavoratori dovrebbe essere affrontato in maniera positiva, con incentivi per chi lavora nelle festività, come una detassazione e un disegno organico di riforma fiscale, e questo andrebbe a favore degli esercizi più piccoli.
  • Deroghe. Il complesso di deroghe che vengono previste offre molti problemi di interpretazione (località turistica, località marittima, ecc).
  • Principio di iniziativa economica. L’obbligo di chiusura domenicale è evidentemente una misura che si pone in contrasto con il principio di libera iniziativa economica, e quindi dovrebbe essere giustificato da imprescindibili esigenze di diritto pubblico da garantire.
  • Rischio di contenzioso. La grande distribuzione organizzata è probabile che non rimanga inerte senza sollevare problemi di carattere giuridico e costituzionale.
  • Quadro economico. Bisogna segnalare che questo provvedimento si pone in contrasto con il trend europeo, oltre che con il passato del nostro Paese. L’idea europea è quella di aumentare la concorrenza e di armonizzare le normative tra Paesi europei. L’e-commerce inoltre è un tema che non può essere taciuto: con un provvedimento del genere questo canale avrebbe un balzo fortissimo, poiché cambierebbe fortemente le abitudini di consumo su lungo periodo. Vi sarebbe poi una profonda contrazione del livello di occupazione: il fatto di avere una contrazione degli orari, comporterebbe inevitabilmente e conseguentemente una contrazione del mercato del lavoro.

Q&A

  • On. Barbara Saltamartini (Lega, Presidente Commissione): ha chiesto se vi sono dei precisi dati aggregati riguardanti il calo di fatturato o l’aumento del fatturato e la modifica delle abitudini dei consumi, oltre che il tasso di mortalità delle imprese dal decreto Salva Italia ad oggi.
  • On. Maria Alemanno (M5S): ha domandato se c’è stato un aumento delle richieste di malattie durante la domenica.
  • On. Marco Rizzone (M5S): ha chiesto se per le categorie produttive l’e-commerce è percepito come un nemico per la concorrenza.
  • On. Andrea Dara (Lega, Relatore): l’Onorevole si focalizza sulla opinione delle imprese, e ha chiesto se all’interno di Confindustria vi siano giudizi diversi da quelli oggi manifestati.
  • On. Anna Laura Orrico (M5S): ha sottolineato l’esigenza di avere un impatto sociale forte e incentivamene da parte delle imprese, al di là dell’occupazione, e soprattutto per quanto riguarda gli investimenti in capitale umano da parte delle aziende.
  • On. Luca Sut (M5S): ha proposto una riflessione sulle aziende che sono rappresentate da Confindustria e sulla loro rappresentatività del tessuto commerciale nazionale.
  • On. Sara Moretto (PD): ha aggiunto una richiesta relativa alla proposta di ampliare l’offerta di lavoro anche per gli altri settori produttivi, non solo per quelli della distribuzione e del commercio.
  • On. Rachele Silvestri (M5S): ha chiesto qual è il dato delle piccole imprese che hanno chiuso perché non potevano stare dietro alla grande distribuzione.
  • Il Dott. Montanino ha risposto ricordando che quello a cui abbiamo assistito è che lo shopping domenicale è ormai un’abitudine di consumo. L’e-commerce non è un nemico ma un alleato della distribuzione, ma pone delle sfide per il futuro che richiedono adeguamenti per le imprese.

La posizione delle imprese e degli associati è quella di favorire la concorrenza e quindi di avere un atteggiamento non difensivo ma di apertura. Le aziende micro italiane sono molto meno produttive delle stesse analoghe europee, mentre le aziende piccole italiane sono più produttive rispetto alle analoghe europee. L’idea di Confindustria è quella di ampliare il mercato per ampliare l’occupazione.

Confindustria ha firmato tempo fa con le Parti sociali un accordo incentrato sul welfare sociale, sul principio che se i dipendenti stanno meglio sul luogo di lavoro allora la produttività aumenterà.

Confindustria rappresenta oltre 160mila aziende italiane, sia grandi sia piccole.

Il tema del lavoro domenicale è trasversale, poiché molte linee di produzione non possono essere interrotte. Il divieto del lavoro è quasi impossibile da eliminare, più ragionevole è il discorso di regolamentarlo. L’Istat è l’Istituto che produce e analizza i dati, tuttavia quello che si può senz’altro dire è che il numero di occupato nel tempo è aumentato. Ma il tema da affrontare è sociale, non economico, ovvero quello di immaginare le nostre città ed il sistema produttivo italiano nel suo complesso. Uno dei cardini della riflessione sulle attività esercenti è quello dell’abbattimento dei costi, ma l’apertura domenicale rappresenta senza dubbio un’opportunità per qualsiasi attività commerciale.

UNIONCAMERE (Vicepresidente Mario Pozza)

  • I dati generici sul commercio in Italia – Nel 2018 il registro delle imprese afferma che sarebbero 855 mila gli esercizi commerciali al dettaglio, pari al 14,2% del totale delle imprese italiane. Queste realtà sono prevalentemente di piccole dimensioni – solo il 4,8% ha più di 5 addetti – e complessivamente danno lavoro a circa 2 milioni di addetti. Oltre 4 imprese su 10 inoltre, sono ubicate nel Mezzogiorno.
  • Crisi e nuovi trend – Il settore ha ovviamente sofferto la recessioni nel 2009 e negli anni successivi, in particolar modo le imprese di media piccola dimensione. Diversamente quelle più grandi hanno retto alla crisi e sono addirittura cresciute, benché l’ultimo biennio sia stato negativo per tutti.
  • Crescita dell’e-commerce – I dati sono analoghi a quelli diffusi già mezzo stampa: nell’ultimo anno il volume d’affari delle transazioni online è cresciuto di oltre il 14%.
  • Concentrazioni territoriali – La maggior parte degli esercizi si concentra in comuni di medio-grandi dimensioni, benché il 25% del totale complessivo sia comunque localizzato in comuni a valenza turistica, piccoli o grandi. La normativa ha avuto evoluzioni dal 1998. Si è giunti al 2011 che ha liberalizzato. Contributo in termini di analisi economica sui dati delle Camere di Commercio. Hanno consegnato un dossier.
  • Domeniche – Sono circa 600 mila i dipendenti degli esercizi commerciali interessati dai lavori domenicali e la maggior parte di loro lavora in imprese con almeno 5 addetti. Secondo i dati raccolti il 72% suddivide il lavoro in turni con altri colleghi e il 90% di loro se avesse la possibilità manterrebbe l’attuale montante di ore di lavoro, mentre un 6% sarebbe persino interessato ad aumentarle.

Q&A

  • On. Dario Dara (Lega, relatore): il relatore ha ricordato che i dati diffusi dall’Istat erano relativi al 2014, diversamente da quelli ben più recenti appena diffusi, e ha chiesto al riguardo dettagli sulla provenienza degli stessi.
  • I dati sono pubblici, li abbiamo inseriti nel dossier.
  • On. Sara Moretto (PD): ha chiesto se fossero in grado di quantificare il volume economico del danno che provocherebbe l’introduzione di un generalizzato obbligo di chiusura festiva e domenicale per tutti.
  • On. Marco Rizzone (M5S): ha evidenziato come la necessità di non ridurre il numero di ore complessive lavorate non si traduce automaticamente in una soddisfazione del lavoratore per tali condizioni.
  • On. Rachele Silvestri (M5S): ha domandato se fosse possibile quantificare gli effetti della crisi e il numero di chiusure di esercizi commerciali nei piccoli comuni dal 2011.
  • On. Gianluca Benamati (PD): ha chiesto tra le altre cose un giudizio di valore sul rafforzamento della componente web nel commercio.
  • On. Porchietto (FI): ha sottolineato la tema della contrattualistica suggerendo l’opportunità di inserire la volontarietà del lavoro domenicale nei contratti collettivi.
    • Nelle repliche è stato chiarito che i dati usati sono stati resi in parte disponibili dalla stessa Istat e da indagini svolte da Unioncamere tra le camere di commercio usando la complessità delle informazioni disponibili e senza ricorrere a campionature. Con riferimento alla crescita del segmento web si è evidenziato che il fenomeno non presenta opportunità anche per i piccoli operatori, capaci di raggiungere una clientela prima preclusa per motivi geografici.

CNA (Responsabile turismo e commercio, Dott. Tomei)

  • Ruolo delle Regioni - Tomei ha sottolineato come per le piccole imprese ci siano state molte difficoltà nell’adeguarsi alle nuove aperture domenicali, ricordando le diverse iniziative legislative delle Regioni in questa materia, tutte impugnate davanti alla Corte Costituzionale. Seconda CNA la materia andrebbe regolamentata non solo attraverso le chiusure domenicali ma soprattutto riqualificando i centri cittadini. CNA si è inoltre detta favorevole al coinvolgimento delle Regioni nel processo di ridefinizione normativa.

Confartigianato

  • Abitudini dei consumatori - I rappresentanti di Confartigianato hanno evidenziato la crescente tendenza dei consumatori a fare spese nei giorni festivi, il che determina una criticità nell’imporre le chiusure domenicali.
  • Esenzioni, deroghe e premialità – Confartigianato ha inoltre sottolineato la necessità di prevedere esenzioni per i piccoli esercizi senza dipendenti, in particolare per gli artigiani che vendono negli stessi luoghi in cui producono. Hanno inoltre sostenuto l’opportunità di introdurre deroghe per i comuni turistici e per alcuni settori specifici (es. ristorazione). Ritengono importante inoltre che il nuovo regime venga accompagnato da un sistema di agevolazioni e premialità per rafforzare le operazioni di innovazione che sono state introdotte per chi si era adeguato all’apertura, o per i lavoratori che erano impegnati la domenica.
  • Competenze delle Regioni - Anche alla luce del regionalismo differenziato e della concessione di sempre maggiori spazi di autonomia alle regioni, Confartigianato ha sottolineato l’opportunità di approfondire lo studio dei modelli francese e spagnolo, i quali affidano la competenza sulle chiusure al livello regionale.
  • Turnazione chiusure - Si sono inoltre detti favorevoli ad un calendario omogeneo delle chiusure, attraverso un piano per la regolazione degli orari di apertura e chiusura ed un piano di turnazione.

Fonte

Link al video: https://webtv.camera.it/evento/12965
Link al video: https://webtv.camera.it/evento/12960

Confimprese contro le chiusure festive dei negozi. Ricevi il nostro aggiornamento settimanale sul tema

Confimprese contro le chiusure festive dei negozi. Ricevi il nostro aggiornamento settimanale sul tema

Iscriviti alle breaking news